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*¸(¯`*»»*£º®èlå®ý*««*´¯),*Andre ti voglio un sacco di bene... March 08 "FESTA" DELLA DONNA?La festa della donna. Un evento importante che ormai è diventato frivolo ma che in realtà cela i tratti del lutto e della solidarietà femminile. Una festa che che dovrebbe essere motivo di riflessione sull'ingiustizia atroce che le donne hanno subito in passato. Basta andare a sfogliare le pagine della storia per capire che la parola "festa" non c'entra molto con ciò che è accaduto l'8 Marzo 1908. Alcuni giorni prima di questa data, a New York, le operaie dell'industria tessile "Cotton" iniziarono uno sciopero per protestare contro le condizioni in cui erano costrette a lavorare. Questo sciopero proseguì fino all'8 Marzo, giorno in cui il proprietario della fabbrica bloccò tutte le uscite di quest'ultima. Poco dopo all'edificio venne appiccato un incendio (che molti dichiarano "accidentale") che fece morire tutte le 129 operaie. Ora, se questa festa è stata istituita in onore di questo avvenimento sarete d'accordo con me che tanto festa non è. Ma se in molti non ricordano non è colpa di nessuno, se non della società, delle abitudini, delle tradizioni. E quindi le mète più ambite dalle donne l'8 Marzo continuano a restare le discoteche, i pub, i locali con tanto di spogliarelli e via dicendo, perchè questo giorno è per molte un modo come un altro per divertirsi, niente di più e niente di meno. Poi invece ci sono quelle che oggi cercano di rivendicare il proprio femminismo e vantare la propria parità/superiorità rispetto agli uomini (quello dovrebbe essere fatto sempre e comunque se ci si crede davvero). Infine, c'è una consistente maggioranza che considera questo un giorno come un altro (tra mi includo anch'io). Secondo me va bene il femminismo, va bene il divertimento, va bene tutto...ma ogni tanto ricordare non farebbe male a nessuno.
January 27 Solitudine di cristalloAppartamento grande, spazioso. Arredamento di classe, moderno ma adornato da qualche antica rarità. Una finestra socchiusa che lascia andare un lieve alito di vento. Sei appoggiata con la spalla a quella enorme vetrata. La tua pelle aderisce a quel materiale freddo che non ti fa compagnia. Di fronte a te si libera un paesaggio illuminato che sembra non avere fine. E' Manhattan. Non sai perchè sei lì. Sei voluta scappare da dove ti sentivi soffocare. Hai fatto una valigia e sei corsa qui. Dove di confini non se ne vedono. Hai fatto soldi, hai costruito qualcosa. Vivi in un posto che molti possono solo immaginare. Ma ingorda di libertà ti senti soffocare anche da quel vetro. Una spallina della tua sottoveste nera cala da un lato. Ti accarezzi la pelle guardando quel paesaggio sconfinato. La tua crema idratante l'ha resa morbida. Pensi che te ne servirebbe una anche per l'anima, così riuscirebbe a togliersi di dosso tutte quelle impurità. Ascolti quel sottile filo di musica classica che arriva dalla stanza accanto. Anche se non ti senti come vorresti non puoi non ammettere che riesce a creare un'atmosfera che cristallizza la magia. Non hai voglia di pensare, ma inconsciamente continui a farlo. Prendi quel Martini dal tavolino di cristallo e lo assapori. E' forte e raffinato, per questo ti piace. Alzi gli occhi verso la città. Non è la tua. Sei sola, arida, senza piaceri. L'unica nota dolce del tuo cuore è quella lieve musica, nient'altro. Stacchi la tua spalla dal vetro lasciando un alone appannato di calore. Hai capito cosa vuol dire sentirsi sola. Riproverai ad assaggiare la vita con più gusto. Imparerai che la solitudine porta solo vecchiaia. Capirai che la tua infinita bellezza non basta per realizzarti. Riuscirai a mettere da parte l'orgoglio. Ad alzare quella cornetta. A richiamare tua madre. Ad ascoltare quella voce. A sentirti di nuovo a casa tua.
December 10 Biglietto di sola andataLuci soffuse, musica non troppo alta, un buon drink, tante chiacchere ed altrettante risate. Ti svaghi, non pensi a niente per un paio d'ore, rimetti a posto quelle idee che da sola non ti tornano mai. Apprezzi la sincera e disinteressata compagnia di un'amica, quel tipo di amica che credi ti accompagnerà finche il petto non deciderà di emettere l'ultimo battito. Per un attimo ti senti ancora in possesso del ruolo di adolescente che da poco hai abbandonato. Non si sa per decisione di chi. Nè si sa perchè. Tra qualche mese compirai vent'anni. Salirai quello scalino e ti daranno un biglietto di sola andata per il mondo degli adulti. E' un pò come un esilio forzato. Ti lascerai alle spalle miriadi di giovani errori e per un attimo li rimpiangerai e vorrai tornare da loro. Ti renderai conto che quegli anni sono volati, ma nemmeno troppo. Penserai che però queste serate, nella loro inconfondibile banalità, non te le porterà via nessuno. Potrai tornare quattordicenne quando vorrai, sederti a quel tavolo, bere quel drink, parlare con quell'amica e sentirti giovane di nuovo. Sentirti viva perchè hai qualcosa da condividere con qualcuno che ti conosce da sempre o quasi. Sorridere con qualche ruga in più intorno agli occhi ma risvegliando quello spirito sensazionale che hai dentro. Girarsi continuamente indietro per non permettere a nessun ricordo di scivolarti tra le dita. Ringraziare quell'amica perchè è salita su quel volo con te, con quello stesso biglietto di sola andata, permettendoti di non avere paura da sola.
November 06 Racconto di un viaggioEra la nona volta che dovevo affrontare quel viaggio. Faceva freddo, la temperatura scendeva sotto lo zero e l’unico conforto di quella mattina era quel piumone caldo che avvolgeva il mio corpo. Sapevo che sarei stata costretta a lasciare qualcuno che non volevo e questo creava in me delle sensazioni ancor più gelide del tempo che faceva fuori. Vedevo la brina calare sul vetro lentamente e piano piano, con un groppo sempre più grosso alla gola, le mie lacrime iniziarono a scendere al suo stesso ritmo.
La macchina arrivò davanti alla scuola e una volta salutata mia madre, scesi e andai a raggiungere un gruppo assonnato di studentesse che nell’attesa del pullman stavano fumando. La voglia di parlare era inesistente quasi quanto la voglia di partire; il mio pensiero era fisso su quel chiodo e non aveva intenzione di cambiare soggetto. Un’amica mi venne incontro tutta eccitata perché non vedeva l’ora di stare fuori di casa tutta la settimana. Mi faceva tenerezza quella sua voglia intima di scappare dalla sua città, quel suo sguardo sognatore che l’avrebbe portata in capo al mondo. Io ero molto diversa da lei. Proprio come mio padre, sono attaccata alla mia casa, alla mia città, alle persone che vivono con me. I viaggi per me sono stati sempre emblematici, più una seccatura che un momento di relax, forse perché sono stata costretta a farne tanti nei momenti sbagliati. Un momento sbagliato, tanto per capirsi, è un periodo della vita che ameresti trascorrere vivendo la realtà di ciò che ti circonda nella tua città. Strapparmi da questa realtà era un po’ come impedirmi di viverla come io volevo. Ed anche questo viaggio simboleggiava un momento decisamente sbagliato. Quella realtà, quella che avevo sempre desiderato, era lì che mi stava aspettando e l’unica cosa che avrei voluto fare sarebbe stato asciugare quelle lacrime, togliere la brina da quel vetro per vedere più chiaramente il mio desiderio, scendere di macchina e raggiungerlo. Ma era l’ultima gita, quella di quinta liceo, dopo di questa non ne avrei dovute affrontare altre e mi sembrava stupido non partire. Avevo paura di rimpiangerla tutta la vita e io i rimpianti li odio. Se quella realtà fosse stata valida, ed io ero sicura che lo fosse, sarebbe riapparsa ai miei occhi al momento del ritorno, così come l’avevo lasciata e non ci sarebbero stati né rimorsi né rimpianti. E dunque ero lì, in quella mattina che profumava di freddo, di fronte alla scuola ad attendere il pullman con quel gruppo di ragazze assonnate. La mattinata fu più brusca di quanto mi aspettassi. Il pullman non arrivò in orario e quando finalmente lo vedemmo imboccare la strada del liceo ci affrettammo tutti a prendere in mano i nostri bagagli. Ma di fretta non ce n’era per niente. Dopo una decina di minuti vedemmo i professori parlare con gli autisti e noi studenti ci guardavamo senza sapere cosa stesse succedendo. Poi arrivò la notizia: l’autobus non è idoneo per affrontare il viaggio verso Parigi. La notizia riuscì a riscaldare i nostri animi, nonostante il gelo che ci avvolgeva. Cosa significava questo? Niente partenza? Cavolo come mi rincuorava quella notizia. Forse ero salva da quel viaggio! Avrei chiamato mia madre con la felicità di una bambina, l’avrei fatta venire a riprendermi da quel freddo glaciale e mi sarei attaccata al telefono per dare la bella notizia a lui. Eh si, proprio lui, quello che da poco tempo mi aveva fatto entrare in una piccola fiaba, come quelle che sognavo da piccola, che magicamente era riuscito a risollevarmi da terra e a riportarmi alla felicità che meritavo. Dio, quanto gliene ero grata! Potevo ricambiare soltanto con quell’ immenso sentimento che cresceva sempre di più dentro di me, che come ogni amore adolescenziale avrebbe spaccato il mondo. Beh, ma quanto è bello amare? Tutto sembra più bello e tu ti senti invincibile. Si esatto, così mi sentivo al pensiero di non dover salire su quel pullman. Avevo riacquisito quella forza che rianimava il mio spirito. "Adesso chiamiamo un’altra compagnia di autobus, tarderemo la partenza ma a Parigi ci arriviamo lo stesso". Ecco, avevo fantasticato troppo, come al solito. Niente telefonata alla mamma, niente rientro a casa e soprattutto niente telefonata a lui. Di nuovo il groppo in gola e di nuovo in attesa per un altro pullman. Aspettammo dentro la scuola dalle sei di mattina fino alle quattro di pomeriggio, sembravamo più profughi che studenti. Ma finalmente arrivò anche il secondo autobus: era davvero giunto il momento di partire. Mi sedetti al mio posto e mi guardai intorno: non c’era una faccia che non fosse stanca e stravolta. Mi sembrava più un massacro che una gita scolastica. Ci aspettavano quindici ore di viaggio ed eravamo già in quelle condizioni. Tolsi il lettore cd dallo zaino e infilai le cuffie: un po’ di musica non mi avrebbe fatto per niente male. Ecco, per me la cosa fondamentale per un qualsiasi viaggio è la musica. Devo essere accompagnata da delle belle canzoni mentre attraverso paesi, città e regioni, altrimenti diventa tutto più insopportabile di quanto già non sia per me. E’ proprio per questo che prima di ogni partenza mi faccio qualche cd di canzone miste. Ovviamente il protagonista di essi deve essere Ligabue. Il grande e mitico Liga che trasmette la sua filosofia attraverso la musica. L’ho sempre adorato. Scorro le canzoni: "The waves" di Elisa, "Superstiti" di Raf, "Amici mai" di Venditti…ecco è qui che mi voglio fermare. Quanti ricordi, pensieri o persone si possono collegare ad una sola canzone? Infinite. Si me lo ricordo quel pomeriggio, il sottofondo musicale era lo stesso di adesso ma c’era qualcuno di importante a fianco a me. No è vero, non siamo stati mai amici forse, proprio come dice la canzone. Quanto vorrei tornare indietro a quel giorno. Chiudo gli occhi per sognare e alla fine mi addormento, stanca per quella giornata che è iniziata a Prato e deve finire a Parigi. Quando mi sveglio siamo arrivati a Bologna, prima e ultima pausa di viaggio. Io ed i miei compagni cogliamo l’occasione per mangiare qualcosa e sgranchirci le gambe. Ma si, forse sto meglio di stamattina, la dormita mi ha fatto bene. Risaliamo sull’autobus e dopo qualche chiacchiera con le mie amiche mi immergo di nuovo nel mondo della musica. "Io sono vivo e sono qui e vengo dentro a prenderti, da solo disarmato innamorato…" così canta Claudio Baglioni e così vorrei che accadesse. Questo viaggio è proprio una tortura e forse l’idea di portare il lettore cd con me è stato più che altro un atto di masochismo. Guardo fuori dal finestrino. Devo ammetterlo, i paesaggi sono veramente belli. Quasi mi commuove quel sole che si sta per perdere tra tutto quel verde. Ma perché gli italiani hanno questa eccessiva smania di voler andare all’estero? Li porterei tutti qui, a guardare questo panorama con me. Certe persone non capiscono che prima di andare a vedere i paesi degli altri bisognerebbe visitare il proprio. Sono sicura che in ognuno esiste qualcosa di strabiliante. Alle tre di notte arriviamo a Parigi. Le gambe non le sentiamo più, se è possibile fa ancora più freddo di stamattina. Troviamo l’albergo, ci sistemiamo nelle camere e crolliamo nei nostri letti dalla stanchezza. Le giornate seguenti passano lentamente, visitiamo tanti musei che avevo già visto in passato ma che ho comunque piacere di rivedere. Cavoli, nove volte a Parigi in diciotto anni. In molti me lo invidierebbero. E’ mia madre che mi ci ha trascinata. Lei adora questa città, io invece non sopporto neppure l’accento francese. Quella ridicola erre moscia mi infastidisce. E poi mi stanno più simpatici gli spagnoli: almeno loro sono simpatici con i turisti. Mentre facciamo le gite in pullman con la guida turistica osservo la città frenetica che è estranea a me e molto familiare a se stessa. Cerco di cogliere i dettagli: persone che portano a spasso i loro cani, altre che leggono ,altre ancora che mangiano una crèpes fumante sedute su una panchina. Fanno esattamente le stesse cose che ho visto fare a tanti miei compaesani, eppure sembra tutto diverso. Chissà se i francesi hanno le stesse sensazioni quando vengono in Italia. Forse si sentono sperduti come me adesso. Forse hanno paura di abbandonare la casa a cui sono abituati e si sentono impauriti senza le persone che solitamente li circondano. Probabilmente anche loro ascoltano qualche canzone sdolcinata per ricordare chi hanno lasciato a casa ad aspettarli. Continuai quel viaggio che sembrava non finire mai. Intanto mi stavo adeguando ai ritmi della gita con le mie amiche e alla convivenza con quest’ultime. Finalmente giunse l’ultimo giorno a Parigi. La sera, quando andai a letto, feci una cosa che mi piace da matti. Mi infilai le cuffie e iniziai a sognare ad occhi aperti. "Che ne sarà di noi…" cantava Grignani. Beh, lo scoprirò domani. Forse l’ho già scoperto ma ancora niente è abbastanza chiaro. E’ appena iniziato tutto, diamoci del tempo per capire cosa diventeremo veramente. Nel frattempo non vedo l’ora di vederti. Il ritorno a casa è il momento più bello del viaggio. Risaluti le persone che avevi lasciato, la tua famiglia, la tua camera che si era dimenticata di te e del tuo caos per un po’ e finalmente ti rilassi. Pensi che per qualche giorno hai fatto parte di un’altra città, di un altro popolo che forse sei stato un po’ diverso dal solito perché hai visto un po’ di mondo e sotto sotto ne sei felice. Ma in fondo sei rimasto lo stesso di sempre. E così arrivò il grande giorno, quello che avevo aspettato tutta la settimana. Del resto un viaggio "forzato" non è altro che l’attesa del rientro nella tua città. Risalii per l’ennesima volta su quel pullman, dopo sei giorni di scarrozzamenti in qua e là. Guardai fuori dal finestrino e vidi la mia immagine riflessa sul vetro. Avevo una luce particolare negli occhi; quel tipo di luce che precede una bellissima scoperta. Al ritorno a casa avrei ripreso un altro viaggio più importante. Stavolta il pullman su cui dovevo salire era il mio cuore. ![]() October 19 Cambia la tua vita con un click!Resto sempre stupefatta quando qualcosa o qualcuno riesce a sorprendermi. Personalmente, non è molto facile riuscire a far trapelare le mie emozioni. E ancor meno è semplice che qualcosa mi coinvolga al punto da riuscire a far cadere le lacrime dai miei occhi. Non credevo che un film rappresentato da un titolo così insulso riuscisse addirittura a farmi commuovere. I titoli di per sè hanno un ruolo difficile; devono saper concentrare in poche righe il fulcro di tutta la pellicola. Non sempre è facile raggiungere questo scopo. Personalmente, non saprei che titolo dare a questo film. Non c'è una frase in particolare che esprima il suo contenuto. In realtà non è neanche facile dichiarare con certezza a quale genere esso appartenga. Ci vengono presentate sette semplici parole: "Cambia la tua vita con un click". Una frase banale, da cui forse lo spettatore che si siede in quella sala cinematografica si aspetta soltanto la classica commedina americana da prendere con leggerezza. Beh, che dire, io ci ho visto di più di questo. Posso dire con fermezza di essere riuscita a trarre da questa pellicola una lezione di vita. Questo film, a mio parere, nasconde sotto la sua frivolezza un messaggio molto importante: quello di non perdere tempo. O meglio, mi correggo, di non sprecare tempo. Quante cose esistono nella nostra vita che non tolleriamo o che vorremmo evitare? Quante volte non sopportiamo qualcuno e preferiamo scappare dalle situazioni perchè non ne possiamo più? Ma il punto è...se tutte queste cose non ci fossero sarebbe così bella la vita? Se i problemi si potessero mandare avanti fino alla loro risoluzione, senza mai affrontarli, sarebbe davvero tutto rose e fiori? Questo film parla di un uomo, l'architetto Michael Newman, sposato con una bellissima moglie, due bambini meravigliosi ed un vicino di casa con l'erba del giardino effettivamente più verde della sua, metaforicamente parlando. Michael si concentra soltanto sulla carriera, promettendo di giorno in giorno alla famiglia che appena raggiunta la tanto agognata promozione riuscirà finalmente ad avere più tempo per loro. Una sera però, uscendo furiosamente di casa, si imbatte nell'unico negozio aperto della città e misteriosamente ne scopre il retro. E' proprio lì che incontra lo strano personaggio che lo metterà a conoscenza del protagonista assoluto della pellicola: il telecomando magico. Michael quindi, cercando disperatamente un telecomando normale per la sua televisione, si ritrova invece in possesso di un oggetto che manipola la realtà, proprio come se la vita stessa fosse un film da poter mandare avanti e indietro a seconda dei gusti dello spettatore. La novità è esaltante: Michael si accorge di poter tornare indietro nel tempo per riscoprire i momenti più belli della sua giovinezza e, cosa più importante, scopre che può anche mandare avanti il corso della sua vita, saltandone le parti più noiose e arrivando direttamente a quelle più belle. Ma come dice un famoso proverbio, "non è tutto oro quello che luccica"; il magico telecomando, da strumento che da una parte facilitava la vita, dall'altra si dimostra invece una grande trappola attraverso cui Michael si renderà conto dell'autentico valore dell'esistenza e riuscirà a svegliarsi dal torpore che i ritmi di quest'ultima avevano creato attorno a lui. Il risveglio di cui parlo è qualcosa su cui tutti secondo me dovremo riflettere. In molte occasioni ho avuto modo di esporre la mia opinione riguardo alla società moderna, a cosa comporta e soprattutto a quali effetti essa ha sulle persone. Questo film mi dà modo per l'ennesima volta di parlare di un tema che ritengo molto importante e che non a caso fa parte dei miei studi. La modernità, fatta di tecnologie a non finire, di moda, di televisione e quant'altro, è da considerarsi positiva fino ad un certo punto. Tutto questo insieme di cose, mischiato al ritmo frenetico della società odierna in cui viviamo, lascia solo una piccola percentuale della nostra mente ad occuparsi di ciò che davvero ha valore. Spesso mi succede di mettere da parte la famiglia per altri impegni, o di mettere comunque in secondo piano altre cose per concentrarmi sullo studio, sull'amore, eccetera. Mi è capitato di preferire un programma televisivo alla compagnia di qualcuno, o di evitare persone con cui non volevo trascorrere il mio tempo solo per pigrizia. Forse questo è successo solo a me, ma alzi la mano chi non ha mai desiderato di mandare avanti il tempo per evitare quelle due o tre ore di noia o per arrivare all'età che voleva. Il senso di questo film si riferisce proprio a questo. Credo che il tema affrontato sia appositamente mirato a farci comprendere una cosa essenziale: la vita va vissuta tutta, attimo per attimo, momento noioso per momento bello. Non si può mandare avanti ciò che non ci piace, perchè la vita non è un film e se lo fosse sarebbe molto più triste di quella che a volte è già. Non dobbiamo fissarci solo su determinate cose, lasciando da parte quelle che secondo noi ci saranno sempre, perchè forse, il giorno dopo, non ci saranno più. Quindi smettiamola di perdere tempo, smettiamola di sprecare una cosa così preziosa. Viviamoci tutto, dall'inizio alla fine, sia gioie che dolori. La vita è fatta di questo. Ed esserci è un privilegio.
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